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Il blog di ADESSO e RETEBLU
lunedì, 06 luglio 2009

DEMOCRAZIA O OLIGARCHIA? - appello al sindaco Di Girolamo e a tutti gli eletti

Continuiamo a sognare una politica in cui i rappresentanti eletti dai cittadini si preoccupano di operare per il bene della comunità seguendo le indicazioni espresse dai cittadini, ma poi ci svegliamo e ci ritroviamo in mezzo ad un branco di lupi affamati che si spartisce – a suon di morsi, di ringhi e di ululati – i brandelli di carne degli agnelli. E gli agnelli siamo noi.
 
Rinnovamento e partecipazione sono state due parole chiave dell’ultima campagna elettorale. La città di Terni ha dato fiducia a Leopoldo Di Girolamo e al centro sinistra e l’associazione “Adesso”, che opera da dieci anni nel campo della cultura, del volontariato e della comunicazione, chiede  a chi ha vinto le elezioni di non tradire questa fiducia, scegliendo gli amministratori in base alle competenze e alle indicazioni del voto popolare, e non soltanto a seguito di una mera spartizione di poltrone tra i partiti.
 
Crediamo che il sindaco Di Girolamo e tanti dei consiglieri di Comune e Circoscrizione eletti abbiano la forza, la preparazione e il rigore morale per portare avanti seriamente un discorso di rinnovamento delle istituzioni, di ricambio generazionale e di partecipazione dei cittadini alla vita politica e amministrativa della città.
 
Primo e fondamentale banco di prova della nuova amministrazione, che ci farà capire se l’azione concreta dei politici che abbiamo eletto è coerente con le dichiarazioni programmatiche espresse in campagna elettorale, sarà la nomina della Giunta comunale e l’elezione dei presidenti di Circoscrizione.
 
Dobbiamo constatare con amarezza che fino ad oggi i grandi assenti dal dibattito pubblico siano stati proprio le competenze e la preparazione dei nuovi assessori, così come la volontà popolare espressa attraverso le elezioni dei consigli di circoscrizione.
 
Tutti sembrano dare per scontato che sia perfettamente normale e legittimo che gli assessori della nuova giunta – la giunta del “rinnovamento e della partecipazione” – vengano nominati rispettando una serie di equilibri di poltrone tra i partiti della maggioranza, E che questi equilibri debbano poi ripercuotersi nell’elezione dei presidenti di circoscrizione. Questo è un segnale di quanto i politici continuino ad essere lontani dai cittadini e di quanto poco interessi loro riavvicinarsi a quei cittadini la cui scarsa affluenza alle urne ha confermato una generale sfiducia nei confronti dell’attuale gestione della politica.
 
Pensiamo che la politica debba tornare ad essere un servizio alla cittadinanza, e non un modo per “svoltare” la propria carriera accaparrandosi una poltrona (da cui a fatica ci si rialza) o agguantando strapuntini di potere.
 
Crediamo che sia ora di finirla con incarichi pubblici che premiano una militanza politica: un servizio al partito deve essere premiato con un incarico nel partito, e non con un incarico pubblico a spese dei cittadini.
 
Il sindaco ha il diritto e il dovere di nominare assessori in base alle competenze acquisite negli ambiti che andranno a gestire, e non in base a spartizioni tra i partiti.
 
Gli equilibri politici all’interno della giunta possono essere rispettati scegliendo gli assessori (anche, ma non solo) tra i consiglieri comunali o esponenti dei partiti della maggioranza, ma devono essere prioritariamente selezionati in base alle competenze e scelti dal sindaco in totale autonomia, e non indicati dai partiti in base a “meriti politici”, come purtroppo è troppo spesso avvenuto fino ad oggi.
 
Quel che è ancora meno accettabile è poi che le composizioni della giunta provinciale e della giunta comunale si condizionino reciprocamente e condizionino – a loro volta – l’elezione dei presidenti delle circoscrizioni.
 
E’ scandaloso che i presidenti delle circoscrizioni vengano decisi nelle segreterie dei partiti, anziché nei consigli di circoscrizione. Perché sono i consiglieri che noi cittadini abbiamo eletto, non i segretari dei partiti.
 
Particolarmente emblematico è il caso della seconda circoscrizione. Storicamente di destra (nel quinquennio 2004-2009 il Pd è riuscito a conquistare l’Interamna solo perché ha candidato un ex esponente di Forza Italia, che alla fine del suo mandato è tornata con il centrodestra) e che ha attualmente una maggioranza guidata dal Pd, sarà governata quasi certamente da un’esponente di Rifondazione Comunista per “riequilibrare” la mancanza di assessori comunisti nella giunta Provinciale.
 
Ora noi ci domandiamo in quale democrazia governa la minoranza? In quale democrazia un consigliere non vota secondo la propria coscienza ma secondo delle direttive che arrivano dall’esterno, rispettando non il mandato ricevuto dai propri elettori ma solo ed esclusivamente la disciplina di partito?
 
Crediamo che questa non sia una democrazia, ma un’oligarchia. Noi, che non apparteniamo a nessun gruppo di potere, a nessuna lobby e a nessun partito, ma siamo semplici cittadini che cercano nel proprio piccolo di lavorare per il bene della città, facciamo appello al sindaco Di Girolamo e ai consiglieri delle circoscrizioni perché dimostrino di credere davvero che la democrazia non è solo una bella parola con cui riempirsi la bocca e i nomi dei partiti, ma un’azione politica concreta.  
 

postato da ARNALDOCASALI alle ore 12:43 | link | commenti
categorie: impegno civile
giovedì, 02 luglio 2009

L'ULTIMA SULLA SINDONE (non c'hai da fa tu, ma chi ti prende sul serio)

di Mattia Bernardo Bagnoli (ANSA)

LONDRA - La sacra sindone di Torino sarebbe l'autoritratto di Leonardo da Vinci, realizzato dall'eclettico genio toscano grazie a una tecnica d'impressione fotografica ante-litteram. E' la teoria avanzata da Lillian Schwartz, consulente della School of Visual Arts di New York. Ovvero la studiosa che negli anni Ottanta dimostrò, grazie all'uso del computer, analogie tra il viso di Leonardo e quello della Monna Lisa. La Schwartz - i suoi studi verranno illustrati questa sera in un documentario trasmesso dall'emittente britannica Channel 5 - ha usato lo stesso programma per sovrapporre l'immagine di Leonardo con quella della sacra sindone.

Ottenendo risultati a suo dire sorprendenti. "Combaciano", ha spiegato Lillian Schwartz al Daily Mail. "Per me - ha proseguito - non c'é dubbio che le proporzioni sulle quali Leonardo ha scritto sono state usate per creare il volto della sindone". L'origine dell'impressione in 'negativo' non sarebbe dunque da imputare a un miracolo divino ma ad un miracolo tecnologico di Leonardo. Che per dipingere la sindone avrebbe costruito il primo esempio di camera oscura della storia. Da Vinci, stando alla Schwartz, avrebbe appeso il lenzuolo di lino cosparso di un'emulsione fotosensibile - chiara d'uovo mista a gelatina - in una stanza buia e sigillata. In faccia al lenzuolo, nella parete, Leonardo avrebbe praticato un foro in cui avrebbe sistemato una lente di cristallo: su di una colonnina, davanti alla lente, da Vinci avrebbe piazzato un busto raffigurante il suo volto. Dopo giorni di esposizione l'immagine della statua si sarebbe quindi impressa, capovolta, sul lenzuolo appeso all'interno della camera oscura. "Pazzesco", ha commentato Lynn Picknett, studiosa della sacra sindone.

 "Chi ha forgiato il falso doveva essere un eretico, avere conoscenze di anatomia e possedere una tecnica capace di spiazzare chiunque sino al XX secolo". Il documentario, a questo proposito, sottolinea come Leonardo fosse affascinato dagli strumenti ottici e che i suoi appunti contengono uno schizzo di camera oscura. Ma John Jackson, direttore del centro studi sulla sacra sindone del Colorado, ha liquidato l'ipotesi della Schwartz perché "basata su misere conoscenze storiche e scientifiche". Il più antico riferimento alla sindone, un medaglione commemorativo, risale infatti alla metà del XIV secolo ed è conservato al museo parigino di Cluny. "Mostra - ha detto Jackson - chiaramente i chierici mentre tengono in mano la sindone e precede la nascita di Leonardo di circa 100 anni".

postato da ARNALDOCASALI alle ore 12:38 | link | commenti
categorie: letture
giovedì, 02 luglio 2009

JOVANOTTI - PESCI ROSSI A NIUIORC

wanna be starting something

Stavamo prendendo un tè giapponese,io mangiavo un dolce di noci a metà pomeriggio,nel caffè dentro a quella bella libreria dove andiamo a leggere ogni tanto.My wife guardava le news sul portatile connesso wireless e mi ha detto di getto “è morto michael jackson”.Fermo immagine,il tempo per un attimo si blocca perché succede così quando arrivano notizie del genere.Brividi.E’ morto Michael Jackson,la notizia più assurda del mondo e la più normale allo stesso tempo.”Era scritto” viene da pensare,nessuno lui per primo poteva immaginare Michael Jackson da vecchio,però fa effetto lo stesso.Dispiace,il mio primo pensiero è stato “mi dispiace” e il secondo è stato “mi dispiace davvero”.Il terzo è stato “che musica pazzesca che ha fatto”.Proprio perché era scritto dispiace di più perché una storia con un finale così prevedibile lascia un dispiacere amaro,ancora più amaro proprio perché ha dentro qualcosa di banale,e non si vorrebbe mai attribuire a una disgrazia elementi di banalità.E’ un dispiacere vuoto,un dispiacere silenzioso perché quando muore un musicista di così grande talento il silenzio che segue la notizia è fortissimo.La morte di un danzatore fa sembrare che il mondo si fermi.Se morisse Shiva,finirebbe l’universo.
Siamo usciti dalla libreria e la gente intorno a noi che affolla Soho a quell’ora parlava e si sentiva pronunciare “michalejackson” in mezzo alle frasi con varie cadenze da voci di ogni tipo e di ogni età.Il personaggio globale per eccellenza.La notizia girava a una velocità pazzesca,questo nome famosissimo,uno dei più famosi del mondo.Per un certo periodo sicuramente il più famoso,il più celebrato,quello che bastava guradarlo muoversi per provare un senso di libertà.
A Washington square dopo meno di un’ora c’erano già i ragzzi con i radioloni che siuonavano la sua musica intorno alla fontana.
Sono i nuovi pischelli di New York che sono pazzi degli anni ottanta,ricomprano le scarpe come quelle di quegli anni e sembra di essere tornati ai tempi di Keith Haring,del primo hip hop,di Basquiat,di Michael Jackson.Perchè niente muore si sa.
E’ morto Michael Jackson,ma pensa te…continuavamo a ripeterci senza dire altro guradando nel vuoto davanti a noi.Una presenza importante nella vita mia e di molti della mia generazione.Un talento impressionante.Per me,l’ho sempre detto,Thriller è il capolavoro dei capolavori,il long playing perfettissimo,la punta massima del pop del dopoguerra,per me più dei beatles e dei rolling stones,per me ,è chiaro,perché è la mia vita,la mia giovinezza,l’immaginario con il quale sono venuto su.Sono i gloriosi fantasmagorici anni ottanta senza utopie collettive ma con un tipo di individualismo sano,un tipo di individualismo che danza,non so se mi spiego.
Gli anni ottanta partono proprio con “WANNA BE STARTING SOMETHING” il cui testo dice “se vuoi cominciare qualcosa non devi fare altro che cominciare qualcosa…” perfetto,era quello che volevo sentirmi dire a quattordici anni,dopo un decennio in cui i nostri freatelli maggiori avevano fatto assemblee e dibattiti noi avevamo qualcuno che diceva danzando “se vuoi far partire qualcosa vai e falla partire” ed era convincente,era lui stesso una creazione,un work in progress umano,un prototipo.
“Wanna be starting something” io la posso sentire un miliardo di volte,mi fa impazzire .Quell’attacco,ta ta ta,quel tiro sempre uguale incessante,mi sembra sempre un miracolo,una cosa di una forza assoluta,per me uno dei pezzi più belli di ogni tempo per produzione e interpretazione (la canzone non c’è,la fai cantare a un’altro e non è nulla).
Michael Jackson è morto e suona strano vero?perchè la parola morto associata a un corpo così leggero,a una voce così perfetta non ci sta.Non muore uan cosa fatta di aria,fatta di puro movimento,un corpo che pareva non essere nemmeno nato,ma costruito a tavolino,un progetto.
Nessuno ha mai saputo cosa pensasse Michael Jackson e a me non è mai nemmeno interessato ma il fenomeno invece sì,mi è interessato e sono stato un fan e quando ha smesso di produrre cose del livello a cui ci aveva abituato con i suoi tre masterpieces (off the wall, la vetta di thriller e bad che era un po’ al di sotto ma sempre di altissimo livello) è subentrato un senso di tristezza e di vuoto che la sua morte arriva a confermare e non ad infrangere.
E’ stato uno dei più grandi talenti del nostro tempo,unico e solo nel panorama mondiale,fuori da ogni possibile catalogazione.
Pace all’anima sua.

June 26, 2009

stamattina

stamattina l’america si è svegliata inondata dalle immagini di Michael Jackson.Le sue canzoni sono ovunque,spezzoni dei suoi video a ripetizione infinita in tutte le tv come la più globale e la più pop delle opere di Andy Warhol.Era energia pura,e l’energia si trasforma ma non muore.Ero un grande fan di Jackson.E’ la più grande star della mia adolescenza e da dj ho suonato i suoi pezzi più di qualsiasi altra cosa,con Jackson si riempivano subito le piste e la gnete impazziva.Off the wall e thrillers sono due capolavori senza uguali nella storia della musica pop e dance.Un artsita dal talento immenso,un grande innovatore,Le sue canzoni e la sua icona sono tra le cose più importanti della storia dell’arte e del costume del 900.La sua morte mi addolora perchè è un pezzo della mia vita,del mio immaginario e sapere che quest’uomno che ha regalato così tanta gioia al mondo fosse un ragazzo triste pieno di porblemi fa male.

June 27, 2009

vale 100

Valentino ha vinto il suo centesimo gran premio.A me Vale fa un po’ l’effetto che mi fa Michael Jackson dei suoi video storici,mi fa danzare,mi potenzia l’anima,mi alleggerisce il cuore.Quando la domenica mi metto lì davanti alla TV o le volte che sono andato a vederlo girare dal vivo mi arriva un tipo di vibrazione musicale,poetica.Io come tanti sono cresciuto con il mito della moto,a partire dai motorini truccati fino alle grandi moto potentissime che ho posseduto senza mai essere stato un manico,perché ho puara di famri male.Lavorai come cameriere un’estate per comprarmi un motorino usato e l’estate dopo a 14 anni sverniciavo i mobili da un restauratore perché volevo la marmitta a espansione,le manopole gialle da motocross e altri accessori.Il vero fissato in casa mia è mio fratello Bernardo che lui invece è un vero manico che impenna qualsiasi tipo di mezzo a due ruote e in moto ha girato il mondo e la passione ci è stata trasemessa da uno zio che quando eravamo piccolissimi aveva una guzzi 750 sport e per noi era un eroe,lo zio Bruno.Comunqe Valentino è una storia che mi appassiona e oggi ha vinto il suo centesimo gran premio e mi inchino al suo genio indiscusso.Quando ha vinto il suo ottavo campionato del mondo abbiamo trovato un cane,un bastardino simpatico che acchiappa qualsiasi tipo di palla gli venga lanciata facendo derapate incredibili,e in onore di Vale e della sua vittoria lo abbiamo chiamato OTTO.Stiamo facendo posto per un nuovo amico…casomai.

altra storia

Forse Michael Jackson è l’ultima grande icona pop della storia di questo “genere”.L’ultima nel senso che dopo di lui non ce ne saranno più con quelle caratteristiche.Marylin,Elvis,Bob Marley per intenderci sul genere di “pop icon” che intendo.Michael è l’ultimo degli eroi analogici.Anche se la sua vita si è prolungata dentro all’epoca digitale la sua arte è stata tutta prodotta nel tempo di pirma e risponde a certe caratteristiche.Oggi la comunicazione è frammentata e lo sono anche i modelli di riferimento,che sono pezzi di pezzi di pezzi di qualcosa ma in sé non raccolgono un senso.Siamo nel tempo della perdita di senso,e questo ha delle conseguenze.Non sto dicendo che questo sia un male,non è questo il punto.Il punto è che di Michael Jackson esistono,se pur tante,un numero limitato di performances documentate e sempre attraverso il punto di vista del “produttore” mentre di una megastar di oggi (se ce ne sono) esistono infinite versioni tante quanti sono i punti di vista.Insomma non voglio mettermi in una disquisizione filosofica che già comincio a balbettare ma ho elementi per potere affermare che con al morte fisica di Jacko (perché la musica resta viva anzi se possibile si rafforza della sua assenza fisica) è finita anche l’epoca delle star di quel tipo tra le quali lui negli ultmi 30 anni è stata la più grande.La musica sta cambiando parecchio,me ne accorgo di passando del tempo in questa città che è il centro mondiale della musica ma non c’è bisogna di venire qui per accorgersi che il futuro è un’altra storia,sicuramente migliore perché il fuuturo ha comunque ragione anche quando sembra che ha torto,ma comunque un’altra storia.

la gente della notte di pomeriggio

Abbiamo provato un paio d’ore di pomeriggio al NUBLU e stasera suoneremo anche un tributo a Jacko con una nostra versione in italiano di WANNA BE STARTING SOMETHING con traduzione estemporanea.Il Nublu di pomeriggio è stropicciatissimo.Un posto del genere assorbe così tanta vita notturna che di giorno non lo riesci a riconoscere,in questo tipo di ambiente ci ho vissuto per una vita e conosco quell’odore e per me è molto evocativo.Quando facevo il dj spesso andavo al locale di pomeriggio a provare i dischi perché a casa non avevo i piatti e allora fraternizzavo con quelli delle pulizie e vedevo arrivare tutto il personale che preparava tutto per la notte e si facevano due chiacchere mentre ognuno allestiva la sua serata di lavoro.


July 1, 2009

aria

e’ venuto qui per un paio di giorninil grande capo della mia casa discografica italiana,la universal.E’ un appassionato di musica e abbiamo tirato tardi con un paio di buoni bicchieri e chiacchiere sul futuro del nostro mestiere,il mio e il suo.E’ chiaro che questa citta’ ti mette addosso un’elettricta’ che fa vedere tutti i bicchieri mezzi pieni.Anche se trovare un disco fisico e’ difficile perche’ i negozi di cd chiudono a effetto domino pero’ la quantita’ di musica che si sente in giro e’ impressionante,e’ una citta’ musicale,una delle piu’ musicali del mondo e questa e’ la buona notizia e su questa buona notizia va pensato il futuro.Ci sono alle orecchie delle persone una quantita’ cosi’ grande di cuffiette bianche che tra un po’ forse i bambini nasceranno giu’ “plugged” per sentire musica 24 ore al giorno.La morte di Jackson ha fatto piu’ effetto che se fosse morto Topolino o L’uomo ragno,una cosa che fa riflettere.C’e’ una cultura della musica che entra in tutte le cose.La prima cosa che i giornali vogliono sapere da un candidato alla presidenza del paese non e’ cosa fara’ per i lavoratori ma che playlist ha nel suo iPod.Puoi uscire ogni sera e scegliere tra cento conncerti diversi,molti senza nemmeno biglietto.Tira una bella aria nonostante tutto.Ne respiro ampie boccate.

dal sito www.soleluna.com

postato da ARNALDOCASALI alle ore 09:27 | link | commenti
categorie: letture
mercoledì, 01 luglio 2009

STAFFETTA TRA RADIO TNA E RADIO GALILEO IN OMAGGIO A MICHAEL JACKSON

Due emittenti rivali unite per rendere omaggio ad un artista che ha unito generazioni, razze, culture, paesi e continenti lontani.
 
Tra giovedì 2 e sabato 4 luglio i programmi "Adesso in onda" di Radio TNA e "Rewind" di Radio Galileo si uniscono infatti per realizzare uno special di tre ore dedicato al "Re del Pop" che celebrerà il suo sconfinato talento artistico ma affronterà anche i nodi più controversi della sua vita.
 
La prima parte dello special "Adesso in onda & Rewind" condotto da Emanuele Cordeschi e Arnaldo Casali andrà in onda su Radio TNA giovedì 2 luglio alle 22.30, esattamente una settimana dopo la morte di Michael Jackson.

La seconda parte sarà invece trasmessa su Radio Galileo sabato 4 luglio alle 16.30,  a 17 anni dallo storico concerto allo stadio Flaminio di Roma.
 
Il programma sarà poi pubblicato integralmente sul sito www.radioadesso.it.
 
Oltre ai grandi successi del Re del Pop, "Adesso in onda & Rewind" proporrà anche molte rarità (come i due duetti incisi da Jackson con Freddie Mercury e mai pubblicati), svelerà aspetti inediti della celebre rockstar e presenterà alcuni brani tratti dalla sua biografia letti da Riccardo Leonelli ma anche frammenti tratti da programmi televisivi d'epoca, come lo special di "Deejay television" realizzato in occasione del concerto romano del 1988 e condotto da un giovanissimo e ancora sconosciuto Jovanotti.
 
Sull'anno 1988 si concentrerà in particolare l'attenzione del programma. Un anno cruciale non solo per Michael Jackson - la cui carriera raggiunse l'apice - ma anche per i due conduttori del programma: nel 1988, nasceva Emanuele Cordeschi mentre Arnaldo Casali - allora tredicenne - diventava un fan della rockstar americana.
 
L'appuntamento di sabato si inserisce nella normale programmazione di "ReWind", programma musicale condotto tutte le settimane da Emanuele Cordeschi tra le 15.30 e le 18. Con la puntata di giovedì "Adesso in onda" (che con la puntata di venerdì pomeriggio alle 17.10 chiude la sua quinta stagione) inaugura una serie di speciali serali che andranno in onda per tutta l'estate il giovedì alle 22.30.
postato da ARNALDOCASALI alle ore 13:47 | link | commenti
categorie: news
lunedì, 29 giugno 2009

Ascoltai Billie Jean e capii: è un re

 
Poi le accuse l’hanno massacrato
Dentro di me, Michael Jackson è esploso quando dall’album di Thriller sentii per la prima volta Billie Jean
di ADRIANO CELENTANO
Dentro di me, Michael Jackson è esploso quando dall’album di Thriller sentii per la prima volta
Billie Jean. Ri­masi colpito oltre che dal suo modo di cantare originalissimo, dall’innovati­vo arrangiamento di Quincy Jones. Ge­niali gli archi in controtempo a una rit­mica scarna dove il basso, in primo piano, la faceva da padrone a sottoline­are che stava per arrivare un Re. Già dall’introduzione, infatti, prima anco­ra di udire la sua voce, ebbi la strana sensazione come se quel basso dal­l’aria un po’ ossessiva e quegli archi che come in punta di piedi gli faceva­no da controcanto, fossero la sua vo­ce. Quasi come ad annunciare: «Ragaz­zi sono arrivato… per un po’ di tempo ci sarò io…». E lui c’è stato. Le note di quell’intro­duzione erano il preludio di un qualco­sa che stava musicalmente accadendo. Poi arriva la sua voce. E alla fine di quel brano, prima ancora di sentire il resto dell’album, avvertivo già il frago­re di un uragano che si sarebbe propa­gato per tutta la terra.
Settecentocin­quanta milioni di dischi venduti. E ora, tutti lì a domandarsi chi l’ha ucci­so. La diagnosi di arresto cardiaco, una banalità che dimostra quanto pue­rili possano essere la fantasia di chi viene colto in errore o l’incompetenza non certo degna di un medico, se si è esagerato nell’iniettare una medicina alla quale si era già assuefatti. Sono appena 48 ore da quando Micha­el è morto e la parola complot­to ha già fatto il giro del mon­do.
Ma il vero assassino è davanti a noi, è lì che ci guarda, lo incontriamo tutti i giorni quando andiamo a comprare il giornale o quando guardiamo la televisione. Si può dire che l’assassino ce l’abbiamo in casa, gli diamo da mangiare, da dormire, però non facciamo niente per educarlo a non uccidere. Facciamo finta di non vederlo e ci guardiamo be­ne dall’incazzarci se la notizia che esce dal piccolo schermo sulla piena assolu­zione di Michael Jackson non ha lo stesso risalto di quando invece, per an­ni, lo hanno infamato accusandolo di molestie sessuali. Per dieci anni i «criminalmedia» lo hanno massacrato nonostante lui si di­chiarasse innocente e nonostante nes­suna prova sia mai emersa. Lo hanno distrutto, devastato, piegato in due. E quando finalmente avevano l’opportu­nità di farlo rialzare per il giusto riscat­to di fronte al mondo, i media cos’han­no fatto? Gli hanno dato l’ultimo col­po di grazia: hanno detto «Michael Jackson è stato assolto». Ma lo hanno detto talmente a bassa voce che la pu­gnalata infertagli dai media stavolta è stata fatale.
Con l’animo ancora grondante di sangue ha cercato allora di dar voce a quell’innocenza finalmente riconosciu­ta, in un modo diverso e come sempre geniale. Lo sforzo era sovrumano. Do­veva raccogliere le sue ultime forze or­mai sbrindellate dalla micidiale mac­china del consumismo e così ha an­nunciato il suo ultimo incontro con i milioni di fan che si sono scapicollati per avere i biglietti ed essere presenti in uno dei 50 concerti-evento a Lon­dra. Per cinquanta giorni avrebbe can­tato, divertito e giocato con chi lo ha sempre amato e non ha mai dubitato della sua innocenza. Avrebbe parlato al mondo di quella verità che i media hanno vigliaccamente omesso. Ma il mondo ora lo ha capito!...

28 giugno 2009

(dal Corriere della sera)
postato da ARNALDOCASALI alle ore 12:51 | link | commenti
categorie: musica, interventi
venerdì, 19 giugno 2009

I GIUSTIZIERI DELLA BRIGATA GRAMSCI

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Revisionismo storico. Curioso, la storia è l’unico ambito in cui il concetto di “revisione” viene utilizzato con accezione negativa. Tutto si può rivedere e correggere, tranne la storia. Soprattutto quella scritta dai vincitori.

Marcello Marcellini non è un fascista, non è un nostalgico, non è un uomo di destra. Non è nemmeno un anticomunista: è semplicemente un uomo con una grande passione per la storia e la ricerca della verità.

Ternano, classe 1938, avvocato, Marcellini è socio del Centro studi storici di Terni fondato da Vincenzo Pirro, e collaboratore della rivista Memoria storica. Il 26 aprile ha pubblicato, sul Giornale dell’Umbriaun articolo in cui dimostra, documenti alla mano, che Terni è stata liberata dagli inglesi e non dai partigiani della brigata “Gramsci”, che arrivarono in città solo il 15 giugno. Un articolo che ha fatto discutere, così come farà discutere il volume che ha appena pubblicato per Mursia: I giustizieri. 1944, la brigata “Gramsci” tra Umbria e Lazio  dedicato a quattro processi che gettano una luce inquietante sulla formazione partigiana ternana.

“Il revisionismo storico - esordisce Marcellini - mi sembra del tutto legittimo. I fatti restano gli stessi ma le interpretazioni, nel tempo, possono cambiare. Ad ogni modo nel mio caso non credo si possa parlare di revisionismo, dal momento che nessuno aveva mai preso in considerazione i fatti di cui io mi sono occupato”.

Di cosa si tratta esattamente?

“Ho studiato gli atti di quattro processi relativi ad una serie di omicidi compiuti da parte dei partigiani della “Gramsci” tra l’aprile e il maggio del 1944. Delitti efferati e compiuti a sangue freddo: le persone venivano sequestrate di notte, in casa davanti mogli e figli, trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirati, ai cadaveri venivano strappati gli occhi, e non abbiamo prove che queste mutilazioni siano state effettuate dopo la morte”.

Perché compiere delitti tanto efferati contro nemici inermi?

“Bisogna innanzitutto capire il contesto storico, ovvero la rappresaglia tedesca avvenuta tra il 31 marzo e il 10 aprile 1944: i partigiani si erano impossessati di un territorio che andava da Norcia a Visso; territorio che fu  circondato dai tedeschi, che tagliarono tutte le vie di fuga ai partigiani sbaragliandoli. I superstiti, anche per recuperare il possesso del territorio, iniziarono a eliminare singolarmente i fascisti accusandoli di spionaggio, anche se in realtà, dagli atti dei processi, non è mai risultato chiaramente che si trattasse di spie. Va tra l’altro considerato che difficilmente la verità storica aderisce a quella giudiziaria”.

Chi erano le vittime?

“Uomini accusati di collaborazionismo. Un’accusa che, ripeto, durante il processo non è mai risultata chiaramente dalle prove raccolte”.

Perché uccidere con tanta efferatezza degli innocenti?

“In qualche caso si trattò di vendette personali mascherate da azioni di guerra. Inoltre queste morti efferate servivano come esempio per la popolazione che, terrorizzata dai tedeschi, poteva rifiutarsi di aiutare i partigiani”.

Possiamo dunque parlare di terrorismo?

“Indubbiamente si è trattato, in questi casi, di azioni terroristiche intimidatorie. Fatti che richiamano molti episodi di terrorismo, commessi in varie epoche storiche”.

Quando sono stati processati i partigiani della “Gramsci”?

“Tra il 1947 e il 1952, e tutti i processi si sono conclusi con l’assoluzione degli imputati. Il governo Bonomi, a cui partecipava anche Togliatti, fece approvare un’amnistia per i casi in cui un omicidio fosse stato commesso per combattere contro il fascismo e i tedeschi. Ma quando si sequestra e si uccide a freddo una persona non possiamo parlare di atto di guerra”.

Quali sono questi quattro episodi?

“Il primo riguarda l’uccisione di Guadagnoli e Martinelli, due fascisti catturati dopo la battaglia di Poggio Bustone del 10 marzo. Uno era un milite della Guardia nazionale repubblicana, l’altro un ausiliario della Questura”.

Quindi non un fascista in senso stretto.

“Martinelli era stato arruolato perché mancavano agenti della Questura e si occupava anche di delitti comuni, non solo di lotta ai partigiani. Entrambi, dopo essersi arresi, furono portati in montagna e ammazzati da Mario Filipponi, che li fece spogliare, li portò su un dirupo, e qui, dopo una sventagliata di mitra lasciò cadere i loro corpi con un salto di 200 metri. I cadaveri non sono mai stati ritrovati e Filipponi è stato assolto perché la sentenza ha considerato quell’uccisione a freddo un’azione di guerra”.

La convenzione dell’Aia, però, considera un crimine l’uccisione dei prigionieri.

“Il 18 aprile fu invece uccisa una guardia di finanza a Ferentillo: Giuseppe Contieri. Prelevato, portato in montagna e ammazzato a pugnalate e a bastonate. Lo hanno accusato di essere una spia, ma dagli atti del processo risulta che fosse una brava persona che si limitava a fare le multe. Un brigadiere disse che i partigiani lo avevano ammazzato perché faceva troppe contravvenzioni. Anche in questo caso gli assassini sono stati assolti in base all’amnistia del 1945. Un altro delitto è stato commesso la notte del 4 maggio a Montefranco, dove un gruppo della “Gramsci” circondò la casa di Augusto Centofanti, entrò dentro, lo prelevò mentre il figlio e la moglie venivano tenuti a bada dai fucili. Lo portarono, nella notte, in un sentiero nascosto e lo ammazzarono a pugnalate e bastonate, tagliandogli i testicoli e cavandogli gli occhi. La stessa notte uccisero anche Maceo Carloni”.

Chi era Centofanti?

“Un impiegato agli ammassi, che nel ‘22 era stato squadrista. Qui c’è un particolare che è molto interessante: la cagnetta di Centofanti, Tania, seguì il padrone quando fu portato via da casa. I partigiani uccisero a pugnalate anche lei, lasciandola sul corpo del padrone”.

L’ultimo episodio.

“Il 18 maggio, lo stesso giorno in cui gli alleati sfondano a Cassino, una squadra della “Gramsci” piomba su Morro Reatino e saccheggia 9 abitazioni: quattro presunte spie vengono portate in montagna e qui ammazzate a pugnalate e bastonate. Una cosa che va evidenziata è che anche le abitazioni di Contieri e Centofanti erano state saccheggiate”.

Perché ha scritto questo libro?

“Perché i lati oscuri della Resistenza  non sono mai stati raccontati bene. Per poter giudicare serenamente la guerra di liberazione bisogna sapere come sono andate davvero le cose”.

Cosa è stata davvero la Brigata Gramsci?

“Io mi astengo da giudizi politici perché preferisco raccontare i fatti. E se c’è qualcuno che vuole contraddire quello che ho scritto si presenti con i documenti. Quel che è certo è che sono state enfatizzate molte azioni, come quella di prendere 100 prigionieri a Terni durante la liberazione, che non esiste sui documenti. I prigionieri erano 12 e sono stati presi dagli inglesi. Questo non significa negare la guerra partigiana, significa che la complessità della sua azione va vista in tutti i suoi aspetti, positivi e negativi”.

Lei, insomma, non vuole riscrivere la storia di Terni, ma capirla meglio.

“L’epopea partigiana è stata costruita dagli storici e dai politici in funzione della legittimazione di un potere che i comunisti si preparavano ad assumere in città”.

Non teme di essere accusato di voler infangare la memoria della “Gramsci”?

“L’azione della “Gramsci” non si riduce a questi quattro episodi e il mio non vuole essere un processo alla Resistenza. D’altra parte il comandante della “Gramsci” ha pubblicato un elenco di imprese della brigata, che sono molto note. Io mi sono limitato ad esaminare quattro episodi ignorati dalla storiografia resistenziale. Peraltro, io racconto solo gli episodi su cui sono stati celebrati processi, ma ne esistono molti altri”.

Il comunismo è tramontato da vent’anni, eppure ancora oggi l’amministrazione comunale esalta quell’epopea.

“Sono sorpreso da questa glorificazione che continua. Esaltare anche queste azioni delittuose significherebbe non aver voltato pagina con certi aspetti violenti e sanguinosi della storia italiana. Se si vuole riconoscere i meriti della Brigata Gramsci si dovrebbe anche riconoscere che certi omicidi non erano giustificabili; invece si continua ad assolvere tutto e tutti”.

Adesso la accuseranno di essere di destra.

“Non mi devo giustificare perché ho interesse per la storia. Di questi processi, peraltro, se ne era interessato il professor Pirro, ma visto che io sono avvocato, ha suggerito che fossi anche io ad occuparmene”.

Perché occuparsi solo dei delitti dei comunisti, e non di quelli dei fascisti?

“Perché all’Archivio di Stato di Terni non risultano processi per omicidio a carico di fascisti. D’altra parte a Terni il federale fascista cercava addirittura di prendere accordi con i partigiani per far fronte comune contro gli Alleati, quindi c’è stato un atteggiamento molto diverso rispetto a quello, ad esempio, dei fascisti perugini, che fucilavano non solo i partigiani, ma anche i renitenti alla leva”.

(dal Giornale dell'Umbria del 13 giugno 2009)


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postato da ARNALDOCASALI alle ore 23:55 | link | commenti (2)
categorie: interviste
giovedì, 04 giugno 2009

LA PAR CONDICIO LA VOGLIAMO SULLA CULTURA

LE PROPOSTE DI STRAVALENTINO AI CANDIDATI A SINDACO DI TERNI

Le politiche culturali a Terni

Terni non è nata con l’acciaieria. Anche se pochi lo sanno, e pochissimi se ne ricordano.
Fondata appena 49 anni dopo Roma, Terni ha una storia antichissima e ricca di arte e di cultura. Lo sviluppo industriale, l’incremento demografico e l’assetto politico che ne è derivato hanno però di fatto cancellato questo enorme patrimonio facendo della città operaia, di fatto, una comunità priva di un’identità culturale
 
Ciò nonostante, negli ultimi anni. Terni sta assistendo ad un importante fermento artistico e ad una vivacità intellettuale che – affiancati alla crescita di nuove professionalità – potrebbero arrivare a cambiare il volto stesso della città e contribuire a costruire un nuovo sviluppo sociale ed economico.
Purtroppo negli ultimi anni il governo cittadino non ha saputo – o voluto – sfruttare queste potenzialità perdendo importanti occasioni e aggravando il fenomeno della fuga dei cervelli.
 
Va sottolineato anche come, nell’ultimo anno in particolare, si è assistito ad un fiorire di manifestazioni e organizzazioni culturali nate dal basso e senza alcun sostegno da parte degli enti pubblici, che si sono poste l’obiettivo di colmare i vuoti lasciati proprio dall’amministrazione o stigmatizzare la carenza di pluarismo nelle manifestazioni sostenute dagli enti pubblici: si va dal festival di teatro contemporaneo “Esporsi” alla rassegna “StraValentino” fino al Comitato Pmp Lab, sorto negli ultimi mesi per colmare il vuoto lasciato da Umbria Film Commission.
 
Riteniamo che l’attuale decadenza possa subire un’inversione di rotta attraverso politiche culturali incentrate sulla progettualità, il pluralismo e la meritocrazia.
 
E’ innegabile che il grande fermento artistico e culturale cresciuto in città negli ultimi anni sia sfociato in una pluralità di piccole e grandi manifestazioni: festival, rassegne, eventi, mostre mercato eccetera. Quello che salta subito all’occhio, però, è l’evidente sproporzione nei finanziamenti con cui il Comune ha fino ad oggi investito in questi eventi.
E’ purtroppo palese che le scelte del Comune non siano state orientate né da rilevanza popolare dei singoli eventi, né dalla qualità degli stessi, né da un ritorno economico-turistico, né da una precisa strategia socio-culturale, quanto piuttosto dall’appartenenza politica degli organizzatori. E’ inoltre evidente che la scelta di puntare tutte le energie sulla “contemporaneità” abbia portato l’amministrazione ad investire la maggior parte delle risorse su manifestazioni di indubbia qualità, ma assolutamente élitarie, che coinvolgono una minoranza dei cittadini (di fatto solo gli appassionati di jazz contemporaneo o teatro sperimentale) con una ricaduta turistica trascurabile.
 
LE MANIFESTAZIONI CULTURALI
 
Riteniamo dunque che la nuova amministrazione debba selezionare gli eventi culturali da finanziare con criteri ben precisi.
 
1.       Pluralismo
 
Tutti i cittadini devono avere la possibilità di accedere all’organizzazione degli eventi culturali, senza dover appartenere ad aggregazioni politiche o economiche. Questo non significa certo che il Comune debba distribuire finanziamenti a pioggia. E’ al contrario importante che venga nominata una commissione che selezioni gli eventi da finanziare (e l’entità del finanziamento) con criteri trasparenti; allo stesso tempo un’importante occasione di pluralismo e trasparenza è rappresentata dalla promozione di bandi per le politiche giovanili, che nella prima giunta Raffaelli sono stati molto presenti, mentre nella seconda sono andati sempre più rarefacendosi e hanno premiato in gran parte progetti promossi da associazioni affiliate politicamente (l’ultimo bando per le politiche giovanili ha finanziato 20 progetti di cui 10 di gruppi affiliati all’Arci e tra questi un progetto di 10mila euro per la realizzazione di murales), mentre altri progetti (come una giornata dedicata a Linux, il sistema operativo open-source, o iniziative di carattere informativo e teatrale) sono stati bocciati.
 
2.       Meritocrazia
 
Il Comune non deve finanziare idee, quanto piuttosto sostenere e incentivare chi ha dimostrato di saper organizzare qualcosa di concreto. Andrebbero quindi finanziate attività e manifestazioni culturali già avviate e che hanno dimostrato la propria utilità per il territorio. In questo modo si andrebbe anche ad evitare la nascita di manifestazioni, organizzazioni e strutture che hanno come unico obiettivo quelli di intercettare fondi pubblici.
 
3.       Crescita culturale
 
La priorità va data a manifestazioni e organizzazioni che hanno dimostrato di saper far crescere il territorio. Non è accettabile che un festival destinato ad una élite riceva 150.000 euro, mentre un altro – di genere analogo (ad esempio rassegna di musica o festival artistico), ma aperto a tutti i cittadini - ne abbia a disposizione un decimo, senza che questa scelta venga motivata. Non bisogna, d’altra parte, nemmeno cadere nel tranello di andare a finanziare eventi nazional-popolari (che non hanno alcun bisogno di essere promossi).

Iniziative culturali, a Terni, non mancano, basti pensare a Terni in jazz, EsTerni, Maree, Circuito dei Club, Il filmfestival popoli e religioni, Visioninmusica, Fumetterni, StraValentino, “Quando mi chiamerai donna”, il Cantamaggio, Cinema è/e lavoro, CavourArt.
 
Se andiamo a vedere, però, l’entità con cui il Comune finanzia questi eventi (si va dai zero ai 300mila euro) si notano grosse sproporzioni.
 
E’ importante notare che la differenza di investimento non è giustificata né dall’ampiezza dell’evento (manifestazioni di breve durata prendono molto più di altre di lunga durata), né dalla gratuità dell’ingresso, né dalla portata culturale, né dall’affluenza del pubblico, né dall’esperienza e il successo della manifestazione. Da cosa, dunque?
 
Analogo discorso si può fare per le strutture e le organizzazioni finanziate dal Comune e per l’acquisto di opere d’arte o prestazioni artistiche.
 
Andrebbe invece data la priorità: 1) alla valorizzazione di artisti locali 2) alla conoscenza di artisti emergenti del panorama nazionale; 3) alla contaminazione tra generi favorendo eventi e manifestazioni capaci di unire varie forme artistiche, incentivando così la conoscenza reciproca delle varie arti. Manifestazioni, quindi, capaci di unire non solo cultura colta e cultura popolare, ma fare incontrare musica, teatro, arte, letteratura. 4) incentivare sinergie e collaborazioni tra realtà e associazioni che operano sullo stesso campo culturale (lirica, teatro, cinema) e che potrebbero unire le proprie risorse per creare grande eventi cittadini anziché farsi concorrenza.
 
E’ inoltre particolarmente importante valorizzare il mezzo cinematografico, sia perché potenziale vettore di sviluppo economico della città, sia perché rappresenta esso stesso una sintesi e un incontro delle varie arti (letteratura, architettura, tecnologia, teatro, musica, fotografia) e una forte attrattiva per il pubblico.
 
Inoltre, una città che ha perso la sua memoria non può puntare solo sulla contemporaneità, deve invece recuperare il suo patrimonio culturale. E’ importante quindi incentivare iniziative e manifestazioni che tendano a recuperare il patrimonio storico, artistico della città, a cominciare dal Cantamaggio,  che ha tutte le carte in regola per trasformarsi da festa “strapaesana” abbandonata a sé stessa e alla sua tradizione in autentico evento storico-folkloristico, oltre che – come già è – momento fondamentale di aggregazione della popolazione e di integrazione delle minoranze etniche.
Esperimenti fatti in passato (le manifestazioni organizzate dall’Arci, la partecipazione di Lucilla Galeazzi, il “Furio Miselli Show” dell’Istesss) hanno ampiamente dimostrato le potenzialità della manifestazione sul fronte storico, culturale e folkloristico.
 
Un’idea per valorizzare al meglio gli spazi culturali, far crescere la cultura teatrale e sostenere giovani compagnie che non gravitano nel circuito dei teatri stabili (che monopolizzano la stagione di prosa) potrebbe essere quella di creare una Rassegna Estiva di Prosa presso l’Anfiteatro Fausto, luogo d’immensa bellezza e assolutamente poco sfruttato. Si potrebbe partire con una prima stagione shakespeariana e ogni anno si potrebbe scegliere un autore classico da rappresentare, ospitando compagnie scelte attraverso un regolare bando di concorso. 
 
 
4.       Criteri trasparenti di valutazione e selezione: la commissione
 
Tutti gli eventi culturali che vengono finanziati dal Comune di Terni devono essere selezionati e valutati con criteri oggettivi e trasparenti. Per far questo proponiamo la nascita di una piccola commissione - composta da tecnici e non da politici o da burocrati – che sovrintenda a tutte le manifestazioni culturali cittadine, avvalendosi della consulenza dei rappresentanti dei vari settori artistici e culturali (attori, registi, danzatori, musicisti, operatori culturali, giornalisti, docenti universitari), assumendosi la responsabilità delle scelte fatte in questo senso dal Comune e mantenendo un dialogo aperto con i cittadini. La commissione deve rappresentare al tempo stesso, una direzione artistica delle politiche culturali in città, una garanzia di trasparenza e pluralismo, e un contatto diretto con i cittadini.
 
 
LA CULTURA COME FATTORE DI SVILUPPO
 
1)    Le occasioni perdute
 
A partire dall’inizio degli anni ’90 le amministrazioni che si sono succedute al governo della città hanno puntato sul settore audiovisivo come principale perno di un nuovo modello di sviluppo della città, in parte alternativo a quello industriale.
 
Sotto questo profilo sono stati fatti ingenti investimenti economici e si sono alimentate molte aspettative nella popolazione.
 
Ad oggi si può affermare che quasi tutte quelle aspettative sono state disattese, le occasioni sprecate e i progetti falliti: dal Centro MultiMediale agli stabilimenti cinematografici di Papigno (abbandonati da ormai due anni), dall’Accademia degli effetti speciali di Carlo Rambaldi (chiusa dopo il primo corso) fino a Umbria Film Commission, attualmente in liquidazione.
 
In questi anni a Terni sono cresciute e maturate molte professionalità e imprese costrette a lasciare la città per poter lavorare. Per contro, esiste un’intera generazione di artisti e organizzatori culturali che vivono mantenuti dagli enti pubblici attraverso eventi, manifestazioni e strutture ampiamente foraggiate da Comune, Provincia e Regione.
 
Anche su questo versante crediamo che un’autentica progettualità, scelte coraggiose e criteri meritocratici possano far crescere la città sul piano culturale, ma anche su quello economico e turistico.
 
2)    Il Centro MultiMediale
 
Fulcro del nuovo modello di sviluppo di Terni al momento della sua costituzione, ha rappresentato il più grosso fallimento delle amministrazioni accumulando milioni di debiti a causa dell’assurda gestione. In compenso è l’unica struttura su cui l’amministrazione è riuscita ad attuare un’inversione di rotta.
L’attuale gestione – interamente pubblica - del Cmm è riuscita a sanare i debiti e a chiudere in attivo il bilancio del 2008. Crediamo che questa sia la strada giusta e che il nuovo corso a cui il Videocentro è stato avviato vada perseguito con continuità: sì, dunque, al pagamento del canone di affitto alle aziende ospitate nella struttura e ad un contratto di agenzia con una società che gestisca i teatri di posa. E’ però necessario accompagnare a questo percorso anche una politica mirata a fare del Videocentro un luogo di aggregazione artistica e culturale coinvolgendo il più gran numero di soggetti presenti sul territorio nel settore cinematografico, teatrale e audiovisivo.
 
3)    Complesso cinematografico di Papigno
 
Affidare gli studios a Cinecittà è stato il più sciagurato errore dell’attuale amministrazione. Una scelta che ha chiuso inesorabilmente tutte le speranze di una “Hollywood sul Nera” e che ha massacrato l’enorme lavoro fatto da Mario Cotone tra il 1996 e il 2001. A questa scelta sciagurata si è accompagnato un totale disinteresse nei confronti del futuro degli studios. Basti pensare al ridicolo affitto di 3000 euro al mese che Cinecittà corrisponde al Comune di Terni, e al piano industriale “fantasma” più volte richiesto sia dai giornalisti sia da consiglieri comunali e che nessuno è ancora oggi riuscito a vedere (tanto da far ipotizzare che non esista affatto).
 
Va ricordato che grazie agli ingentissimi investimenti, sia da parte del Comune di Terni che da parte della Exon film di Mario Cotone, gli ex stabilimenti chimici di Papigno rappresentano ancora oggi un complesso cinematografico di primo ordine, dotato di 3 teatri di posa (uno per gli interni, uno per gli esterni che rappresenta ancora oggi il più grande d’Europa, e uno attrezzato per gli effetti speciali con piscina, blue screen e green screen), falegnameria, sartoria, uffici amministrativi e ben tre mense, oltre che di magazzini dove sono tuttora custodite le bellissime scenografie realizzate dal premio Oscar Danilo Donati per “Pinocchio”.
 
Riteniamo che la prima cosa da fare sia rivedere il contratto con Cinecittà, in secondo luogo attivarsi perché Papigno torni a vivere, sia incentivando direttamente l’arrivo di produzioni cinematografiche (anche attraverso il lavoro della commissione stessa) sia organizzando eventi e strutture culturali che facciano degli Studios di Papigno uno dei perni della nuova città del cinema, a cominciare dal fantomatico Museo del cinema.
Anche su questo fronte va sottolineato il fatto che, fino ad oggi, è stato fatto pochissimo: il fallimentare “Paese dei balocchi” (iniziativa lodevole, ma per la quale veniva chiesto un biglietto di ingresso eccessivo), le inaugurazioni del filmfestival popoli e religioni e quella del convegno internazionale sull’archeologia industriale, che hanno comunque riscosso un certo interesse, e la festa del centro sociale anziani di Papigno. Esperienza, peraltro, non ripetuta.
 
4)    Le Accademie
 
Carlo Rambaldi, tre volte premio Oscar, chiuse la sua Accademia nel 1999, al termine del primo corso, nella totale indifferenza delle istituzioni. Eppure quell’unico corso, oltre ad attrarre giovani da tutta Italia, aveva lasciato sul territorio una società di produzione di effetti speciali: la Logical Art, che ha lavorato per anni a livello nazionale, ed è stata, infine, costretta a chiudere essa stessa.
 
Ad una sorte analoga sembra essere destinata l’accademia Mumos, fondata da due giganti del cinema e del teatro italiano come Gastone Moschin e Marzia Ubaldi, dalla quale sono usciti praticamente tutti gli attori professionisti ternani. Dal Comune, ad oggi, la Mumos ha ricevuto solo i locali: uno stabile vecchio e inadeguato, che non comprende nemmeno un teatro o una sala prove.
 
Vale la pena, a questo proposito, ricordare che anche la più antica compagnia teatrale ternana – la Nuova Compagnia teatro città di Terni, le cui origini risalgono agli anni ’40, e che porta avanti quel preziosissimo patrimonio folkloristico costituito dal teatro dialettale – non ha un teatro dove effettuare le proprie prove e non riceve alcun sostegno da parte degli enti pubblici.
 
Importante sottolineare anche l’assoluta mancanza di dialogo tra il Teatro Stabile dell’Umbria (di cui il Comune di Terni è socio) e i gruppi teatrali e le scuole di recitazione del territorio. Non è mai stato attivato alcun seminario né workshop da parte del Teatro Stabile, e nessuna compagnia teatrale della città è stata mai ospitata nella Stagione di Prosa di Terni, gestita da Comune e TSU. E questo a differenza di altre stagioni di prosa (come quella di Amelia) gestite da privati, che accolgono ogni anno diverse compagnie teatrali umbre.
 
Per questo riteniamo sia urgente e indispensabile una riflessione sulla funzione del Teatro Stabile dell’Umbria e sull’adesione del Comune allo stesso.
 
5)    La scuola
 
Le lezioni-concerto di “Visioninmusica”, l’esperienza ventennale del progetto Mandela e dei laboratori teatrali scolastici, i seminari filosofici dell’Istess e altre esperienze di questo genere hanno dimostrato quali importanti risultati possa portare il rapporto tra il mondo della scuola e le realtà culturali del territorio, tanto sotto il profilo artistico quanto sotto quello culturale.
Crediamo che questo tipo di collaborazioni non debbano essere episodiche e affidate alla buona volontà di organizzatori culturali, insegnati e presidi, ma debbano rientrare in una precisa strategia dell’istituzione.
 
6) L’università
 
E’ uno dei tasti più dolenti. Il corso di Scienze e tecniche della produzione artistica, attivato per creare professionalità che lavorassero nei vari settori sopra trattati, di fatto è un corso che sforna disoccupati che, nel migliore dei casi, trovano impiego fuori città, ma che – nella maggior parte dei casi – sono costretti a rinunciare a lavorare nel settore in cui si sono formati.
Questo non dipende solo dalla mancanza di sbocchi professionali, ma anche dal sempre più grande divario che si è creato tra Università e le varie realtà culturali presenti in città. Crediamo che uno dei compiti della nuova amministrazione sia quello di eliminare questo divario creando nuovi contatti tra Università, aggregazioni culturali e mondo dell’impresa.
 
7)    Umbria Film Commission
 
Il territorio ternano ha tutte le carte in regola per diventare un centro di primo piano nella produzione cinematografica e televisiva: 1) scenari naturali straordinari 2) Un’architettura cittadina moderna e non particolarmente riconoscibile (che ha attirato fino ad oggi molti registi in cerca di città immaginarie) 3) la vicinanza e il collegamento con Roma, dove ormai girare ha costi esorbitanti. 4) Teatri di posa e studios attrezzati, anche per la postproduzione 5) Professionalità maturate nei vari settori della produzione: dai tecnici agli attori fino alla gestione delle comparse.
 
Il più clamoroso segnale del disinteresse delle istituzioni su questo versante è la liquidazione di Umbria Film Commission, ovvero l’agenzia che aveva proprio il compito di incentivare, coordinare e assistere le produzioni cinematografiche e televisive. E’ importante sottolineare che l’UFC aveva sede proprio a Terni ed era capofila delle Film commission italiane.
 
Esempi come le film commision di Piemonte, Puglia e Sicilia dimostrano come ormai questo tipo di agenzie siano un elemento fondamentale per lo sviluppo delle cinematografia decentrata da Roma e rivestano un ruolo importante anche per la promozione e il sostegno di festival cinematografici.
 
Riteniamo quindi assolutamente urgente e prioritaria la costituzione della nuova Umbria Film Commission e l’istituzione di un Film Fund che incentivi le produzioni cinematografiche in Umbria.
 
Oltre a farsi mediatore con la Regione riteniamo comunque che il Comune possa impegnarsi in prima persona, attraverso la Commissione sopradetta, per incentivare le produzioni cinematografiche attraverso un’attività di promozione del territorio e delle strutture, ed eventualmente, l’attivazione di fondi stessi.
 
8) San Valentino
 
Altro caso estremo di occasione sprecata è quello di San Valentino: negli ultimi anni il Comune sembra aver totalmente abdicato anche solo al tentativo di trasformare il patrono in un vettore di attrazione turistica e di crescita culturale della città, nonostante i tentativi fatti, in questo senso, dalla Diocesi e da privati cittadini. L’ultima edizione delle manifestazioni valentiniane ha rappresentato la drammatica dimostrazione di come il pur ingente budget – 250mila euro, ovvero la più alta cifra spesa dal Comune per un evento culturale – serva ormai solo a foraggiare serbatoi di voti senza nemmeno la parvenza di una progettualità.
 
Riteniamo quindi necessaria la costituzione di un’associazione che riunisca soggetti culturali, artistici ed economici della città che selezioni, gestisca e finanzi progetti mirati a fare di san Valentino una risorsa artistica, economica, turistica e sociale per la città di Terni. Resta inteso che, in vista della costituzione dell’associazione, già la già citata Commissione per la cultura potrebbe quantomeno gestire in modo ragionato, trasparente, responsabile e pluralista i fondi messi a disposizione dal Comune per gli eventi valentiniani.
 
8)    Gli spazi per la cultura
 
Tutte le strutture di formazione e aggregazione artistica (sia teatrale che musicale) presenti in città, anche quando pubbliche, risultano di fatto inaccessibili o non funzionanti. Per contro, vanno proliferando strutture private finanziate dal Comune ma che finiscono puntualmente per tradire la funzione per la quale erano nate.
Di fatto oggi come non esiste una scuola di recitazione o un centro di aggregazione teatrale accessibile gratuitamente per i ternani, allo stesso modo non esiste una struttura con funzioni analoghe nel settore musicale (studio di registrazione, sala prove, auditorium). Il Comune deve quindi aprire nuovi spazi culturali pubblici a disposizione dei giovani, e – soprattutto – far funzionare quelli già esistenti e che rischiano di trasformarsi (se non lo sono già diventati) in veri e propri ghetti socio-culturali frequentati da poche persone e gestiti in modo personalistico, spesso sconosciuti alla gran parte dei cittadini.
 
L’ex Siri rappresenta una grossa sfida da questo punto di vista: la nuova amministrazione ha il dovere di far sì che il nuovo polo teatrale-museale (su cui sono stati investiti 3 milioni di euro) non diventi l’ennesima cattedrale nel deserto, l’ennesimo ghetto di pochi, ma – al contrario – un grande centro di incontro e produzione artistica e culturale, gestito da personale qualificato e adeguatamente promosso, vigilando sulla gestione e sul rispetto del contratto che la regolamenta.
 
Vale anche la pena di ricordare che attualmente non esiste un cinema pubblico a Terni e con la chiusura del Fiamma e del Fedora sono venuti a mancare gli ultimi due cinema d’essai a disposizione dei cittadini, lasciando un duopolio costituito dalle due multisale Planet e Citiyplex.
 
Il Comune potrebbe quindi incentivare l’apertura di un cinema pubblico, sostenendo i costi di attivazione e affidandone poi la gestione ad un’associazione nonprofit che garantisse una programmazione di qualità, non vincolata ai circuiti commerciali.Vale la pena di ricordare che il tentativo di realizzare una struttura simile era stato progettato, in passato, dall’Istess all’Antoniano. Progetto sfumato proprio a causa della mancanza di fondi.
 
postato da redazioneadesso alle ore 22:22 | link | commenti
categorie: impegno civile
venerdì, 22 maggio 2009

PROPOSTA PER LE POLITICHE CULTURALI A TERNI

 
Terni non è nata con l’acciaieria. Anche se pochi lo sanno, e pochissimi se ne ricordano.
Fondata appena 49 anni dopo Roma, Terni ha una storia antichissima e ricca di arte e di cultura. Lo sviluppo industriale, l’incremento demografico e l’assetto politico che ne è derivato hanno però di fatto cancellato questo enorme patrimonio facendo della città operaia, di fatto, una comunità priva di un’identità culturale
 
Ciò nonostante, negli ultimi anni. Terni sta assistendo ad un importante fermento artistico e ad una vivacità intellettuale che – affiancati alla crescita di nuove professionalità – potrebbero arrivare a cambiare il volto stesso della città e contribuire a costruire un nuovo sviluppo sociale ed economico.
Purtroppo negli ultimi anni il governo cittadino non ha saputo – o voluto – sfruttare queste potenzialità perdendo importanti occasioni e aggravando il fenomeno della fuga dei cervelli.
 
Va sottolineato anche come, nell’ultimo anno in particolare, si è assistito ad un fiorire di manifestazioni e organizzazioni culturali nate dal basso e senza alcun sostegno da parte degli enti pubblici, che si sono poste l’obiettivo di colmare i vuoti lasciati proprio dall’amministrazione o stigmatizzare la carenza di pluarismo nelle manifestazioni sostenute dagli enti pubblici: si va dal festival di teatro contemporaneo “Esporsi” alla rassegna “StraValentino” fino al Comitato Pmp Lab, sorto negli ultimi mesi per colmare il vuoto lasciato da Umbria Film Commission.
 
Riteniamo che l’attuale decadenza possa subire un’inversione di rotta attraverso politiche culturali incentrate sulla progettualità, il pluralismo e la meritocrazia.
 
E’ innegabile che il grande fermento artistico e culturale cresciuto in città negli ultimi anni sia sfociato in una pluralità di piccole e grandi manifestazioni: festival, rassegne, eventi, mostre mercato eccetera. Quello che salta subito all’occhio, però, è l’evidente sproporzione nei finanziamenti con cui il Comune ha fino ad oggi investito in questi eventi.
E’ purtroppo palese che le scelte del Comune non siano state orientate né da rilevanza popolare dei singoli eventi, né dalla qualità degli stessi, né da un ritorno economico-turistico, né da una precisa strategia socio-culturale, quanto piuttosto dall’appartenenza politica degli organizzatori. E’ inoltre evidente che la scelta di puntare tutte le energie sulla “contemporaneità” abbia portato l’amministrazione ad investire la maggior parte delle risorse su manifestazioni di indubbia qualità, ma assolutamente élitarie, che coinvolgono una minoranza dei cittadini (di fatto solo gli appassionati di jazz contemporaneo o teatro sperimentale) con una ricaduta turistica trascurabile.
 
LE MANIFESTAZIONI CULTURALI
 
Riteniamo dunque che la nuova amministrazione debba selezionare gli eventi culturali da finanziare con criteri ben precisi.
 
1.       Pluralismo
 
Tutti i cittadini devono avere la possibilità di accedere all’organizzazione degli eventi culturali, senza dover appartenere ad aggregazioni politiche o economiche. Questo non significa certo che il Comune debba distribuire finanziamenti a pioggia. E’ al contrario importante che venga nominata una commissione che selezioni gli eventi da finanziare (e l’entità del finanziamento) con criteri trasparenti; allo stesso tempo un’importante occasione di pluralismo e trasparenza è rappresentata dalla promozione di bandi per le politiche giovanili, che nella prima giunta Raffaelli sono stati molto presenti, mentre nella seconda sono andati sempre più rarefacendosi e hanno premiato in gran parte progetti promossi da associazioni affiliate politicamente (l’ultimo bando per le politiche giovanili ha finanziato 20 progetti di cui 10 di gruppi affiliati all’Arci e tra questi un progetto di 10mila euro per la realizzazione di murales), mentre altri progetti (come una giornata dedicata a Linux, il sistema operativo open-source, o iniziative di carattere informativo e teatrale) sono stati bocciati.
 
2.       Meritocrazia
 
Il Comune non deve finanziare idee, quanto piuttosto sostenere e incentivare chi ha dimostrato di saper organizzare qualcosa di concreto. Andrebbero quindi finanziate attività e manifestazioni culturali già avviate e che hanno dimostrato la propria utilità per il territorio. In questo modo si andrebbe anche ad evitare la nascita di manifestazioni, organizzazioni e strutture che hanno come unico obiettivo quelli di intercettare fondi pubblici.
 
3.       Crescita culturale
 
La priorità va data a manifestazioni e organizzazioni che hanno dimostrato di saper far crescere il territorio. Non è accettabile che un festival destinato ad una élite riceva 150.000 euro, mentre un altro – di genere analogo (ad esempio rassegna di musica o festival artistico), ma aperto a tutti i cittadini - ne abbia a disposizione un decimo, senza che questa scelta venga motivata. Non bisogna, d’altra parte, nemmeno cadere nel tranello di andare a finanziare eventi nazional-popolari (che non hanno alcun bisogno di essere promossi).

Iniziative culturali, a Terni, non mancano, basti pensare a Terni in jazz, EsTerni, Maree, Circuito dei Club, Il filmfestival popoli e religioni, Visioninmusica, Fumetterni, StraValentino, “Quando mi chiamerai donna”, il Cantamaggio, Cinema è/e lavoro, CavourArt.
 
Se andiamo a vedere, però, l’entità con cui il Comune finanzia questi eventi (si va dai zero ai 300mila euro) si notano grosse sproporzioni.
 
E’ importante notare che la differenza di investimento non è giustificata né dall’ampiezza dell’evento (manifestazioni di breve durata prendono molto più di altre di lunga durata), né dalla gratuità dell’ingresso, né dalla portata culturale, né dall’affluenza del pubblico, né dall’esperienza e il successo della manifestazione. Da cosa, dunque?
 
Analogo discorso si può fare per le strutture e le organizzazioni finanziate dal Comune e per l’acquisto di opere d’arte o prestazioni artistiche.
 
Andrebbe invece data la priorità: 1) alla valorizzazione di artisti locali 2) alla conoscenza di artisti emergenti del panorama nazionale; 3) alla contaminazione tra generi favorendo eventi e manifestazioni capaci di unire varie forme artistiche, incentivando così la conoscenza reciproca delle varie arti. Manifestazioni, quindi, capaci di unire non solo cultura colta e cultura popolare, ma fare incontrare musica, teatro, arte, letteratura. 4) incentivare sinergie e collaborazioni tra realtà e associazioni che operano sullo stesso campo culturale (lirica, teatro, cinema) e che potrebbero unire le proprie risorse per creare grande eventi cittadini anziché farsi concorrenza.
 
E’ inoltre particolarmente importante valorizzare il mezzo cinematografico, sia perché potenziale vettore di sviluppo economico della città, sia perché rappresenta esso stesso una sintesi e un incontro delle varie arti (letteratura, architettura, tecnologia, teatro, musica, fotografia) e una forte attrattiva per il pubblico.
 
Inoltre, una città che ha perso la sua memoria non può puntare solo sulla contemporaneità, deve invece recuperare il suo patrimonio culturale. E’ importante quindi incentivare iniziative e manifestazioni che tendano a recuperare il patrimonio storico, artistico della città, a cominciare dal Cantamaggio,  che ha tutte le carte in regola per trasformarsi da festa “strapaesana” abbandonata a sé stessa e alla sua tradizione in autentico evento storico-folkloristico, oltre che – come già è – momento fondamentale di aggregazione della popolazione e di integrazione delle minoranze etniche.
Esperimenti fatti in passato (le manifestazioni organizzate dall’Arci, la partecipazione di Lucilla Galeazzi, il “Furio Miselli Show” dell’Istesss) hanno ampiamente dimostrato le potenzialità della manifestazione sul fronte storico, culturale e folkloristico.
 
Un’idea per valorizzare al meglio gli spazi culturali, far crescere la cultura teatrale e sostenere giovani compagnie che non gravitano nel circuito dei teatri stabili (che monopolizzano la stagione di prosa) potrebbe essere quella di creare una Rassegna Estiva di Prosa presso l’Anfiteatro Fausto, luogo d’immensa bellezza e assolutamente poco sfruttato. Si potrebbe partire con una prima stagione shakespeariana e ogni anno si potrebbe scegliere un autore classico da rappresentare, ospitando compagnie scelte attraverso un regolare bando di concorso. 
 
 
4.       Criteri trasparenti di valutazione e selezione: la commissione
 
Tutti gli eventi culturali che vengono finanziati dal Comune di Terni devono essere selezionati e valutati con criteri oggettivi e trasparenti. Per far questo proponiamo la nascita di una piccola commissione - composta da tecnici e non da politici o da burocrati – che sovrintenda a tutte le manifestazioni culturali cittadine, avvalendosi della consulenza dei rappresentanti dei vari settori artistici e culturali (attori, registi, danzatori, musicisti, operatori culturali, giornalisti, docenti universitari), assumendosi la responsabilità delle scelte fatte in questo senso dal Comune e mantenendo un dialogo aperto con i cittadini. La commissione deve rappresentare al tempo stesso, una direzione artistica delle politiche culturali in città, una garanzia di trasparenza e pluralismo, e un contatto diretto con i cittadini.
 
 
LA CULTURA COME FATTORE DI SVILUPPO
 
1)    Le occasioni perdute
 
A partire dall’inizio degli anni ’90 le amministrazioni che si sono succedute al governo della città hanno puntato sul settore audiovisivo come principale perno di un nuovo modello di sviluppo della città, in parte alternativo a quello industriale.
 
Sotto questo profilo sono stati fatti ingenti investimenti economici e si sono alimentate molte aspettative nella popolazione.
 
Ad oggi si può affermare che quasi tutte quelle aspettative sono state disattese, le occasioni sprecate e i progetti falliti: dal Centro MultiMediale agli stabilimenti cinematografici di Papigno (abbandonati da ormai due anni), dall’Accademia degli effetti speciali di Carlo Rambaldi (chiusa dopo il primo corso) fino a Umbria Film Commission, attualmente in liquidazione.
 
In questi anni a Terni sono cresciute e maturate molte professionalità e imprese costrette a lasciare la città per poter lavorare. Per contro, esiste un’intera generazione di artisti e organizzatori culturali che vivono mantenuti dagli enti pubblici attraverso eventi, manifestazioni e strutture ampiamente foraggiate da Comune, Provincia e Regione.
 
Anche su questo versante crediamo che un’autentica progettualità, scelte coraggiose e criteri meritocratici possano far crescere la città sul piano culturale, ma anche su quello economico e turistico.
 
2)    Il Centro MultiMediale
 
Fulcro del nuovo modello di sviluppo di Terni al momento della sua costituzione, ha rappresentato il più grosso fallimento delle amministrazioni accumulando milioni di debiti a causa dell’assurda gestione. In compenso è l’unica struttura su cui l’amministrazione è riuscita ad attuare un’inversione di rotta.
L’attuale gestione – interamente pubblica - del Cmm è riuscita a sanare i debiti e a chiudere in attivo il bilancio del 2008. Crediamo che questa sia la strada giusta e che il nuovo corso a cui il Videocentro è stato avviato vada perseguito con continuità: sì, dunque, al pagamento del canone di affitto alle aziende ospitate nella struttura e ad un contratto di agenzia con una società che gestisca i teatri di posa. E’ però necessario accompagnare a questo percorso anche una politica mirata a fare del Videocentro un luogo di aggregazione artistica e culturale coinvolgendo il più gran numero di soggetti presenti sul territorio nel settore cinematografico, teatrale e audiovisivo.
 
3)    Complesso cinematografico di Papigno
 
Affidare gli studios a Cinecittà è stato il più sciagurato errore dell’attuale amministrazione. Una scelta che ha chiuso inesorabilmente tutte le speranze di una “Hollywood sul Nera” e che ha massacrato l’enorme lavoro fatto da Mario Cotone tra il 1996 e il 2001. A questa scelta sciagurata si è accompagnato un totale disinteresse nei confronti del futuro degli studios. Basti pensare al ridicolo affitto di 3000 euro al mese che Cinecittà corrisponde al Comune di Terni, e al piano industriale “fantasma” più volte richiesto sia dai giornalisti sia da consiglieri comunali e che nessuno è ancora oggi riuscito a vedere (tanto da far ipotizzare che non esista affatto).
 
Va ricordato che grazie agli ingentissimi investimenti, sia da parte del Comune di Terni che da parte della Exon film di Mario Cotone, gli ex stabilimenti chimici di Papigno rappresentano ancora oggi un complesso cinematografico di primo ordine, dotato di 3 teatri di posa (uno per gli interni, uno per gli esterni che rappresenta ancora oggi il più grande d’Europa, e uno attrezzato per gli effetti speciali con piscina, blue screen e green screen), falegnameria, sartoria, uffici amministrativi e ben tre mense, oltre che di magazzini dove sono tuttora custodite le bellissime scenografie realizzate dal premio Oscar Danilo Donati per “Pinocchio”.
 
Riteniamo che la prima cosa da fare sia rivedere il contratto con Cinecittà, in secondo luogo attivarsi perché Papigno torni a vivere, sia incentivando direttamente l’arrivo di produzioni cinematografiche (anche attraverso il lavoro della commissione stessa) sia organizzando eventi e strutture culturali che facciano degli Studios di Papigno uno dei perni della nuova città del cinema, a cominciare dal fantomatico Museo del cinema.
Anche su questo fronte va sottolineato il fatto che, fino ad oggi, è stato fatto pochissimo: il fallimentare “Paese dei balocchi” (iniziativa lodevole, ma per la quale veniva chiesto un biglietto di ingresso eccessivo), le inaugurazioni del filmfestival popoli e religioni e quella del convegno internazionale sull’archeologia industriale, che hanno comunque riscosso un certo interesse, e la festa del centro sociale anziani di Papigno. Esperienza, peraltro, non ripetuta.
 
4)    Le Accademie
 
Carlo Rambaldi, tre volte premio Oscar, chiuse la sua Accademia nel 1999, al termine del primo corso, nella totale indifferenza delle istituzioni. Eppure quell’unico corso, oltre ad attrarre giovani da tutta Italia, aveva lasciato sul territorio una società di produzione di effetti speciali: la Logical Art, che ha lavorato per anni a livello nazionale, ed è stata, infine, costretta a chiudere essa stessa.
 
Ad una sorte analoga sembra essere destinata l’accademia Mumos, fondata da due giganti del cinema e del teatro italiano come Gastone Moschin e Marzia Ubaldi, dalla quale sono usciti praticamente tutti gli attori professionisti ternani. Dal Comune, ad oggi, la Mumos ha ricevuto solo i locali: uno stabile vecchio e inadeguato, che non comprende nemmeno un teatro o una sala prove.
 
Vale la pena, a questo proposito, ricordare che anche la più antica compagnia teatrale ternana – la Nuova Compagnia teatro città di Terni, le cui origini risalgono agli anni ’40, e che porta avanti quel preziosissimo patrimonio folkloristico costituito dal teatro dialettale – non ha un teatro dove effettuare le proprie prove e non riceve alcun sostegno da parte degli enti pubblici.
 
Importante sottolineare anche l’assoluta mancanza di dialogo tra il Teatro Stabile dell’Umbria (di cui il Comune di Terni è socio) e i gruppi teatrali e le scuole di recitazione del territorio. Non è mai stato attivato alcun seminario né workshop da parte del Teatro Stabile, e nessuna compagnia teatrale della città è stata mai ospitata nella Stagione di Prosa di Terni, gestita da Comune e TSU. E questo a differenza di altre stagioni di prosa (come quella di Amelia) gestite da privati, che accolgono ogni anno diverse compagnie teatrali umbre.
 
Per questo riteniamo sia urgente e indispensabile una riflessione sulla funzione del Teatro Stabile dell’Umbria e sull’adesione del Comune allo stesso.
 
5)    La scuola
 
Le lezioni-concerto di “Visioninmusica”, l’esperienza ventennale del progetto Mandela e dei laboratori teatrali scolastici, i seminari filosofici dell’Istess e altre esperienze di questo genere hanno dimostrato quali importanti risultati possa portare il rapporto tra il mondo della scuola e le realtà culturali del territorio, tanto sotto il profilo artistico quanto sotto quello culturale.
Crediamo che questo tipo di collaborazioni non debbano essere episodiche e affidate alla buona volontà di organizzatori culturali, insegnati e presidi, ma debbano rientrare in una precisa strategia dell’istituzione.
 
6) L’università
 
E’ uno dei tasti più dolenti. Il corso di Scienze e tecniche della produzione artistica, attivato per creare professionalità che lavorassero nei vari settori sopra trattati, di fatto è un corso che sforna disoccupati che, nel migliore dei casi, trovano impiego fuori città, ma che – nella maggior parte dei casi – sono costretti a rinunciare a lavorare nel settore in cui si sono formati.
Questo non dipende solo dalla mancanza di sbocchi professionali, ma anche dal sempre più grande divario che si è creato tra Università e le varie realtà culturali presenti in città. Crediamo che uno dei compiti della nuova amministrazione sia quello di eliminare questo divario creando nuovi contatti tra Università, aggregazioni culturali e mondo dell’impresa.
 
7)    Umbria Film Commission
 
Il territorio ternano ha tutte le carte in regola per diventare un centro di primo piano nella produzione cinematografica e televisiva: 1) scenari naturali straordinari 2) Un’architettura cittadina moderna e non particolarmente riconoscibile (che ha attirato fino ad oggi molti registi in cerca di città immaginarie) 3) la vicinanza e il collegamento con Roma, dove ormai girare ha costi esorbitanti. 4) Teatri di posa e studios attrezzati, anche per la postproduzione 5) Professionalità maturate nei vari settori della produzione: dai tecnici agli attori fino alla gestione delle comparse.
 
Il più clamoroso segnale del disinteresse delle istituzioni su questo versante è la liquidazione di Umbria Film Commission, ovvero l’agenzia che aveva proprio il compito di incentivare, coordinare e assistere le produzioni cinematografiche e televisive. E’ importante sottolineare che l’UFC aveva sede proprio a Terni ed era capofila delle Film commission italiane.
 
Esempi come le film commision di Piemonte, Puglia e Sicilia dimostrano come ormai questo tipo di agenzie siano un elemento fondamentale per lo sviluppo delle cinematografia decentrata da Roma e rivestano un ruolo importante anche per la promozione e il sostegno di festival cinematografici.
 
Riteniamo quindi assolutamente urgente e prioritaria la costituzione della nuova Umbria Film Commission e l’istituzione di un Film Fund che incentivi le produzioni cinematografiche in Umbria.
 
Oltre a farsi mediatore con la Regione riteniamo comunque che il Comune possa impegnarsi in prima persona, attraverso la Commissione sopradetta, per incentivare le produzioni cinematografiche attraverso un’attività di promozione del territorio e delle strutture, ed eventualmente, l’attivazione di fondi stessi.
 
8) San Valentino
 
Altro caso estremo di occasione sprecata è quello di San Valentino: negli ultimi anni il Comune sembra aver totalmente abdicato anche solo al tentativo di trasformare il patrono in un vettore di attrazione turistica e di crescita culturale della città, nonostante i tentativi fatti, in questo senso, dalla Diocesi e da privati cittadini. L’ultima edizione delle manifestazioni valentiniane ha rappresentato la drammatica dimostrazione di come il pur ingente budget – 250mila euro, ovvero la più alta cifra spesa dal Comune per un evento culturale – serva ormai solo a foraggiare serbatoi di voti senza nemmeno la parvenza di una progettualità.
 
Riteniamo quindi necessaria la costituzione di un’associazione che riunisca soggetti culturali, artistici ed economici della città che selezioni, gestisca e finanzi progetti mirati a fare di san Valentino una risorsa artistica, economica, turistica e sociale per la città di Terni. Resta inteso che, in vista della costituzione dell’associazione, già la già citata Commissione per la cultura potrebbe quantomeno gestire in modo ragionato, trasparente, responsabile e pluralista i fondi messi a disposizione dal Comune per gli eventi valentiniani.
 
8)    Gli spazi per la cultura
 
Tutte le strutture di formazione e aggregazione artistica (sia teatrale che musicale) presenti in città, anche quando pubbliche, risultano di fatto inaccessibili o non funzionanti. Per contro, vanno proliferando strutture private finanziate dal Comune ma che finiscono puntualmente per tradire la funzione per la quale erano nate.
Di fatto oggi come non esiste una scuola di recitazione o un centro di aggregazione teatrale accessibile gratuitamente per i ternani, allo stesso modo non esiste una struttura con funzioni analoghe nel settore musicale (studio di registrazione, sala prove, auditorium). Il Comune deve quindi aprire nuovi spazi culturali pubblici a disposizione dei giovani, e – soprattutto – far funzionare quelli già esistenti e che rischiano di trasformarsi (se non lo sono già diventati) in veri e propri ghetti socio-culturali frequentati da poche persone e gestiti in modo personalistico, spesso sconosciuti alla gran parte dei cittadini.
 
L’ex Siri rappresenta una grossa sfida da questo punto di vista: la nuova amministrazione ha il dovere di far sì che il nuovo polo teatrale-museale (su cui sono stati investiti 3 milioni di euro) non diventi l’ennesima cattedrale nel deserto, l’ennesimo ghetto di pochi, ma – al contrario – un grande centro di incontro e produzione artistica e culturale, gestito da personale qualificato e adeguatamente promosso, vigilando sulla gestione e sul rispetto del contratto che la regolamenta.
 
Vale anche la pena di ricordare che attualmente non esiste un cinema pubblico a Terni e con la chiusura del Fiamma e del Fedora sono venuti a mancare gli ultimi due cinema d’essai a disposizione dei cittadini, lasciando un duopolio costituito dalle due multisale Planet e Citiyplex.
 
Il Comune potrebbe quindi incentivare l’apertura di un cinema pubblico, sostenendo i costi di attivazione e affidandone poi la gestione ad un’associazione nonprofit che garantisse una programmazione di qualità, non vincolata ai circuiti commerciali.Vale la pena di ricordare che il tentativo di realizzare una struttura simile era stato progettato, in passato, dall’Istess all’Antoniano. Progetto sfumato proprio a causa della mancanza di fondi.
 
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giovedì, 21 maggio 2009

Martini: porte aperte ai fedeli cattolici divorziati e risposati

Carlo Maria Martini — Non so se sono sveglio o sto sognando. So che mi trovo completamente al buio, mentre un lento sciabordio mi fa pensare che sono su una barca che scivola via sull’acqua. Cerco a tastoni di stabilire meglio il luogo in cui mi trovo emi accorgo che vicino ame vi è un albero, forse l’albero maestro dell’imbarcazione. A poco a poco mi avvicino così da potermi aggrappare a esso con le mani, per avere un po’ di sicurezza e di stabilità nei sempre più frequenti moti della barca sulle onde. In questo tentativo incontro qualcosa che mi sembra come una mano d’uomo. Forse è un altro passeggero che sta cercando anche lui di appoggiarsi all’albero maestro. Non so chi sia, come non so io stesso come mi sia trovato su questa barca. Ma il tocco di quella mano mi dà fiducia: mi spingo avanti così da poterla stringere ed esprimere la mia solidarietà con qualcuno in quell’oscurità che mette i brividi. Vorrei anche tentare di dire qualcosa, pur non sapendo se il mio compagno di barca capisce l’italiano.
Ma nel frattempo lui inizia a farmi qualche breve domanda, a cui sono lieto di rispondere. Si tratta di una persona che non conoscevo, ma di cui avevo sentito parlare. Mi colpiva il suo interesse per me in quel momento difficile, in cui ciascuno avrebbe voglia di pensare solo a se stesso. Dialogando così nella notte fonda, in quel momento di incertezza e anche di pericolo si videro a poco a poco spuntare le prime luci dell’alba. Riconobbi il luogo in cui mi trovavo: eravamo noi due soli in barca. E usando alcuni remi che trovammo in fondo a essa, ci mettemmo a remare verso la riva, fermandoci ogni tanto per assaporare la tranquillità del lago. Ci siamo detti molte cose in quelle ore. È venuto chiaramente alla luce durante la conversazione che eravamo tanto diversi l’uno dall’altro. Ma ci rispettavamo come persone e ci amavamo come figli di Dio. Anche il fatto di trovarci sulla stessa barca ci permetteva di comprenderci e di accoglierci, così come eravamo. Tra le prime cose che ci siamo detti c’è naturalmente un poco di autopresentazione. Così ho appreso che il mio interlocutore aveva nientemeno che ottantanove anni, mentre io ne avevo ottantadue. Don Luigi Verzé (tale appresi poi essere il nome di colui che viaggiava con me) presentava la sua vita come quella di uno che aveva vissuto sessantuno anni di sacerdozio. (...)
Luigi Maria Verzé — Quanto è cambiata ora la valutazione etica ecclesiastica, rispetto a quella imposta ai tempi della mia infanzia. D’altra parte, poiché la moralità è imperativo categorico, la gente si fa una propria etica laica e la Chiesa resta con un’etica cristiana incongruente perché incondivisa dagli stessi devoti. Ricordo, per esempio, che nella mia visita alle favelas del Brasile frequentemente mi incontravo con povere donne senza marito con un bimbo in seno, un altro in braccio e una sfilza di altri che le seguivano, tutti prodotti di diversi mariti. Era giocoforza concludere che la pillola anticoncezionale andava consigliata e fornita. Il Brasile, totalmente cattolico fino agli anni Ottanta, ora è disseminato di chiese e chiesuole semicristiane, organizzate però sui bisogni anche spiccioli della gente. La Chiesa cattolica è troppo lontana dalla realtà, e le fiumane di gente, quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate e delle feste per la dea Iemanjà, l’antica Venere cui tutti, compreso il prefetto cristiano, gettano tributi floreali. La Chiesa, più che vivere, sopravvive sulle ossa degli eroici primi missionari. E poiché siamo in tema di morale pratica, che cosa dice, Eminente Padre, della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati? Io penso che anche ai sacerdoti dovrebbe essere presto tolto l’obbligo del celibato, poiché temo che per molti il celibato sia una finzione. E non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio, oggi così estraneo ai fatti della Chiesa? Forse non si è ancora maturi per tutto questo, ma Lei non crede che siano temi ai quali si dovrebbe pensare pregando lo Spirito?
Carlo Maria Martini — Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele. Per questo, la Chiesa appare un po’ troppo lontana dalla realtà. Purtroppo sono d’accordo che le fiumane di gente che vanno a manifestazioni religiose non sempre le vivono con profondità. Occorre prepararle, e occorre dopo dare un seguito di riflessione nell’ambito della parrocchia o del gruppo. Non credo, però, che si possa dire che in Paesi come il Brasile, la Chiesa non vive ma sopravvive soltanto sulle ossa dei primi eroici missionari. La Chiesa vive là anche su gente semplice, umile, che fa il proprio dovere, che ama, che sa comprendere e perdonare. È questa la ricchezza delle nostre comunità. Tanti laici di queste nazioni e anche tanti laici vicino a noi sono seri e impegnati. Lei mi chiede che cosa penso della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati. Io mi so no rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso, però, con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza.
Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c’è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone. Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l’uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi. Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita. Dopo di ciò Lei affronta un problema molto importante, dicendo che ai sacerdoti andrebbe tolto l’obbligo del celibato. È una questione delicatissima. Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa: è un grande segno evangelico. Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti. Vedo che alcuni vescovi propongono di dare il ministero presbiterale a uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità (viri probati). Non sarebbe, però, opportuno che fossero responsabili di una parrocchia, per evitare un ulteriore accrescimento del clericalismo. Mi pare molto più opportuno fare di questi preti legati alla parrocchia come un gruppo che opera a rotazione. Si tratta in ogni caso di un problema grave.
E credo che quando la Chiesa lo affronterà avrà davanti anni davvero difficili. Non mancheranno coloro che diranno di aver accettato il celibato unicamente per arrivare al sacerdozio. D’altra parte, sono certo che ci saranno sempre molti che sceglieranno la via celibataria. Perché i giovani sono idealisti e generosi. Inoltre ci sono nel mondo alcune situazioni particolarmente difficili, in alcuni continenti in particolare. Penso però che tocchi ai vescovi di quei Paesi fare presente queste situazioni e trovarne le soluzioni. Lei si domanda anche se non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio. L’elezione dei vescovi è sempre stato un problema difficile nella Chiesa. Nelle situazioni antiche in cui partecipava maggiormente il popolo, si verificavano litigi e molte divisioni. Oggi forse è stata portata troppo in alto loco. Mi ricordo che un canonista cardinale intervenne in una riunione per dire che non era giusto che la Santa Sede facesse due processi per la stessa persona: uno dovrebbe essere fatto in loco e il secondo dal Nunzio. Quanto alla partecipazione della gente, vi sono alcune diocesi in Svizzera e in Germania che lo fanno, ma è difficile dire che le cose vadano senz’altro meglio. In conclusione, si tratta di una realtà molto complessa. Però l’attuale modo di eleggere i vescovi deve essere migliorato. Sono temi sui quali si dovrebbe riflettere molto, e parlare anche di più. Nei sinodi qualcosa emergeva, ma poi non veniva mai approfondito. Il problema, però, esiste e deve potersi fare una discussione pubblica a questo proposito.

CARLO MARIA MARTINI
e LUIGI MARIA VERZÉ

da il Corriere della Sera
del 19 maggio 2009
postato da redazioneadesso alle ore 22:55 | link | commenti
categorie: letture